[Dead] Aelar Siannodel – Il Monaco

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[Dead] Aelar Siannodel – Il Monaco

Un Monaco Strano....

Sono trascorsi 20 anni da quando il mio villaggio fu raso al suolo da quella feccia di Ordendor.
L’attacco non fu mirato; c’era poco da conquistare lì. Un villaggio di pastori, contadini e gente umile che cercava semplicemente di sopravvivere. Non avevamo niente.
Era situato poco a nord-ovest rispetto a Shruvel, forse un paio di giorni a cavallo… io di certo non lo sapevo. Mio padre mi portò solo una volta per consegnare un lavoro ad un “nobilotto” della zona, ma ero davvero piccolo. Era un ottimo fabbro anche se non aveva gli attrezzi giusti che gli permettessero di esprimere il massimo delle sue qualità. Il villaggio era attraversato da un piccolo affluente dell’Eren che, probabilmente, partiva dalle colline ancora più a nord. Era davvero piccolo, ma regalava acqua davvero buona e fresca. Ricordo che c’erano poche case che ospitavano anche i pochi animali che erano rimasti. Dal boschetto ad est si trovava buona selvaggina e tanta legna. Non c’erano veri e propri cacciatori ma sempre si riusciva a trovare qualcosa: il fiume portava pesci ed il boschetto selvaggina; i campi lavorati erano pieni di grano per il pane che era il nostro principale alimento e poi le poche mucche per il latte e qualche pecora per la lana. Insomma eravamo poveri ma ben organizzati per “sopravvivere”. Non passavano mai legati o Orchi. Solo di rado quando si perdevano nella notte per via dei tanti sentieri che incrociavano la strada principale diretta a sud-est, prima a Shruvel e poi, a circa una settimana, a Sharuun.
Il nostro villaggio aveva una posizione favorevole perché, anche se vicino alla strada per Cambrial, era abbastanza riparato e nessuno pensava di farci visita; per cosa? Per quattro baracche? No… poco lontano c’è Shruvel e poi, a poco più di una settimana, Sharuun che sono sicuramente più interessanti.
Anche se avevo solo 12 anni mi davo da fare come il mio amico e vicino Mival, mio coetaneo… credo. Andavo ogni giorno a perdere al mercatino la verdura ed il pane perché mio padre lavorava sodo per riparare gli attrezzi dei contadini e mia madre… non l’ho mai conosciuta. Una febbre la uccise pochi mesi dopo la mia nascita. Mio padre, Bor il fabbro, si prese cura di me e del poco che avevamo e non ha avuto tempo di trovare una nuova compagna. Nella nostra pochezza avevamo un tesoro raro: “scheggia” un bellissimo cavallo selvatico che trovammo diversi anni addietro. Fu utilissimo per muoversi e per le consegne, ma non era il caso di mostrare il cavallo troppo in giro; viveva con noi. Gli ero molto affezionato e, a pensarci, se sono ancora qui a raccontare la mia breve storia, lo devo a lui.
Come ogni bambino che si rispetti mi pavoneggiavo con i miei amici perché sapevo cavalcare nonostante l’età. Mival era gelosissimo! Mio padre non aveva nessuno a cui affidarmi e mi portava con se alle consegne e quindi imparai a cavalcare sin da piccolo.
Una notte la luna era strana e Scheggia inizio a scalpitare. Sembrava che il tempo si fosse fermato. Mio padre si svegliò e si a affacciò alla finestra per vedere cosa stesse succedendo. Un forte vento e poi le urla. “Orchi!” esclamò. Corse a svegliarmi e cercò di zittire il cavallo accarezzandogli il muso. Ero terrorizzato perché non capivo cosa stesse succedendo. Vidi mio padre cercare tra i suoi attrezzi qualcosa frettolosamente. Tirò fuori una bellissima spada e prese un coperchio del pentolone come scudo. “Ne sono solo 3 e stanno trascinando Emma” disse con voce tremante.
Emma era la madre di Mival. Scattai e cercai di vedere anche io nonostante mio padre cercasse di tenermi basso e nascosto. Un gruppo di 3 maledettissimi Orchi ubriachi, smarriti, stavano urlando e minacciando Emma trascinandola per i capelli nel mezzo della piccola piazzetta del villaggio. Tre uomini uscirono con mazze e forconi: tre contadini. Vidi correre Mival verso gli Orchi per difendere la madre. Scattò diretto su quello che la trascinava, piangendo, e cominciò a colpirlo facendogli il solletico. L’orco rise e colpì con un rovescio Mival scaraventandolo a terra. “Mival” urlai disperato!
Mio padre si voltò, mi prese per le braccia e disse: “qualsiasi cosa dovesse succedere, non farti catturare… scappa!”. Mi baciò sulla fronte ed uscì fuori.
Guardai la scena in silenzio, come voleva mio padre. Non capivo le parole ma gli Orchi iniziarono ad essere 5 e poi 6 e poi…
Uno di questi prese Mival per i capelli urlando non so cosa. Lo sollevò e, con una risata demoniaca e distorta, gli tagliò la gola da parte a parte.
Rimasi di pietra. La battaglia incalzò. Uomini e donne cercarono di difendersi al meglio ma gli Orchi erano di più oltre che fortemente armati. Non feci in tempo a decidere cosa fare che vidi anche mio padre, insieme gli atri che cercavano di resistere, cadere a terra esanime. Fui preso dallo sconforto. Non avevo nemmeno la forza di piangere. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo.
D’istinto presi ed uscì dalla porta principale. Un orco mi vide e con un sorriso maligno pieno di bava si avviò verso di me. La vecchia Nann si intromise dando una forte bastonata all'Orco e, voltandosi verso di me, riuscì a dire le sue ultime parole: “Fuggi Aelar!” e, anche lei fu sgozzata.
Scattai e presi Scheggia; salii sulla sedia e montai il cavallo che, come se mi stesse aspettando, volò facendo cadere l’Orco e dirigendosi all'impazzata verso il Bosco a nord-ovest.
Scheggia corse più veloce del vento. Non sapevo quanto tempo fosse passato ma sembravamo soli e nessun Orco alle calcagna. Le colline erano molto più vicine dopo la grande fuga ed il buio iniziò a dare spazio alla luce. Le stelle e la luna svanirono lentamente. Scheggia si avvicinò ad un ruscello, forse lo stesso che pota al villaggio, e bevve come mai nella sua vita. Aveva corso tutta la notte.
Non so se fu colpa del terrore o dalla stanchezza, non lo ricordo più, ma mi accasciai ad un albero e persi si sensi. Un sonno profondo mi fece rivivere la mia giovinezza: le risate con Mival e le avventure con mio padre. Una tristezza enorme strinse il mio cuore facendo uscire le ultime lacrime rimaste. Aelar, figlio di Bor il fabbro, era ormai solo con il suo fidato cavallo. Un bambino in un bosco, disperso chissà dove, lontano da amici, parenti e casa… che speranza può avere.
Nella disperazione viaggiammo lontani ancora terrorizzati dall'essere seguiti e ci nutrimmo di quel che riuscimmo a trovare.
Il bosco finì ed inizio a diradarsi. Le colline erano visibili. Mai mi ero allontanato così da casa e da mio padre, ma quello ormai era il mio passato. L’ultima immagine durante la corsa erano fiamme e grida di ogni genere. Il villaggio non c’era più e con esso la sua gente.
Non avevamo armi per cacciare e queste zone non le conoscevo. Il corpo inizio a cedere. Non avevo una meta; non avevo nessuno al mondo.
Dopo qualche giorno di cammino, senza incontrare anima viva, la vista iniziò ad annebbiarsi. Le ultime cose che mangiai erano fogliame, qualche frutto e … non so cos'altro.
Era pieno giorno ed il buio iniziò a prendermi. Era la fine. L’ultimo suono fu Scheggia nitrire…
Non so dove fossi e quanto tempo fosse passato, ma aprì lentamente gli occhi e vidi una creatura con un mantello nero ed un cappuccio a coprire un volto scuro ed indurito dalle innumerevoli battaglie. Aveva con se un’arma molto particolare. Una lunga lama ricurva con degli anelli che la ornavano. Era magnifica.
Non ricordo molto di quel periodo. Ero molto denutrito ed ammalato. Ero sempre debole e spesso le forze non mi aiutavano a stare sveglio, ma ricordo ancora il continuo cigolio del carretto trainato dai cavalli. “Dove mi staranno portando?”
Il viaggio fu lungo, molto lungo ed il freddo diventava sempre più intenso. Nessuno mi parlava tantomeno l’uomo incappucciato. Mi davano da mangiare e bere e questo era tutto. L’uomo incappucciato era indubbiamente un valoroso capo perché tutti lo temevano e nessuno aveva il coraggio di guardarli negli occhi. Ero terrorizzato perché intorno a me c’erano anche Orchi, ma non riconobbi nessuno tra quelli responsabili della distruzione del villaggio; che poi, infondo, sono tutti uguali… feccia!
Ero certamente un prigioniero ma nessuno si permetteva di toccarmi o parlarmi. Ero certo di morire da un momento all'altro, ma passavano le lune e continuavano a darmi da mangiare. Un giorno una feccia venne a chiamarmi e mi disse di andare nella tenda del capo. Non era il caso di litigare con un orco e, senza parlare, andai.
Era lì, seduco con le gambe incrociate e gli occhi chiusi col volto rivolto verso alcune candele che illuminavano la tenda. Era solo, disarmato. Su un tavolino poco lontano le sue armi.
“Puoi prendere il pugnale ed infilzarmi… la spada è troppo pensate per te!” disse come se mi stesse leggendo la mente. Io non risposi ed, istintivamente, mi allontanai dalle armi. “Non hai paura” continuò voltandosi “lo sai che è vietato guardare negli occhi un comandante dell’Ombra?” e si avvicinò imponendo la sua stazza. Ricordo che mi prese il viso nella mano e lo studiò; sembrava cercasse un segno sul mio volto. Le uniche cose che disse furono “hai gli stessi occhi” e mi lasciò tornado alla sua meditazione. Una guardia, come per magia, comparì portandomi via.
Nessuno mi parlava....come se mi temessero. Arrivammo in una grande città, meravigliosamente grande. Saranno passati 5 o 6 settimane… forse di più. La città era Baden. I miei occhi non avevano mai visto niente di simile. Ricordo che entrai in una casa molto lussuosa e piena di libri e fui lasciato lì, solo, per ore. Istintivamente pensai di scappare. Mi affacciai alla finestra ma c’erano uomini in ogni angolo. Era una prigione continua, ma ero pulito e curato oltre che, più importante di tutto, nutrito ed in forze.
Ho sempre pensato che il maestro, così voleva che lo chiamassi, mi avesse salvato perché gli ricordavo qualcuno. Forse un figlio perduto anni addietro. Era molto duro e mai aveva una parola di conforto, ma ogni giorno veniva e mi insegnava i suoi segreti, la sua arte.
“Mai dovrai farti vedere con me e mai dovrai dire che mi conosci; mai dovrai provare a scappare e, soprattutto, mai dovrai farmi domande. Apprendi al meglio e vivrai, tradisci uno solo di questi punti e morirai!”. Questo era il nostro patto. Dovevo scegliere se vivere ed imparare l’arte che solo ai seguaci dell’ombra era concesso sapere, oppure morire. Non avevo molta scelta, ma l’odio verso quella gente, quegli assassini, cresceva ogni giorno in me. Presi quindi una decisione: “sfrutterò il maestro ed imparerò tutti i segreti che lui vorrà insegnarmi affinché io stesso potessi vendicarmi distruggendo ogni feccia avessi incontrato sulla mia strada; e così feci.
Divenni un adulto ed ero sempre più potente; imparai a leggere e scrivere, conoscevo i segreti dell’Ombra e sapevo l’alto elfico. La notte mi trasformavo nel Monaco, così mi conosceva la gente di Baden e dintorni. Rubavo ed assassinavo se necessario, ma soprattutto aiutavo chiunque avesse bisogno. Conoscevo i segreti della città e sapevo come muovermi anche perché ero un’ombra. La notte o all'alba, quando rientravo mi accertavo che non mi vedesse nessuno. Il mio maestro non doveva sapere che confabulassi contro l’ombra ogni giorno!
Le voci giravano e spesso dovevo rallentare altrimenti rischiavo di essere scoperto, poi un giorno Nathaniel Moon, il mio maestro, venne e mi disse una cosa che mi fece rimanere senza parole: “non usare mai le tue abilità vicino ad uno specchio o sarai corrotto a vita e per te non ci sarà più speranza!”
La prima cosa che pensai fu “mi ha scoperto… e perché non mi uccide!”. Feci finta di niente ma ero davvero terrorizzato. Era molto potente e morire ora era da stupidi; stavo aiutando tante persone che subivano ingiustizie e questo mi appagava più di qualsiasi altra cosa. Uccidevo molti seguaci dell’ombra ed, ogni anima che prendevo, la dedicavo alla mia gente, a mio padre.
Trascorsi tanti anni con lui e mai infransi il giuramento delle domande fatto molti anni addietro, anche perché mi sarebbe costata la vita. Era un uomo d’onore, a suo modo, e lo avrebbe fatto. Teneva più a queste cose che a qualsiasi altra cosa. Era uno molto severo, rigido… crudele. Era un assassino dell’ombra ed un giorno avrei dovuto uccidere anche lui.
Ero confuso dalle innumerevoli domande che mi affliggevano da anni. Sapevo che era una bestia ma solo standogli vicino avevo la possibilità di conoscere ed aiutare qualcuno… non tutti purtroppo, ma grazie alla nostra vicinanza potevo anticipare molte cose. Sapevo di legati ed altri assassino, fecce, terroristi, che violentavano bambino per non aver rispettato la legge… si erano permessi di alzare lo sguardo. Non avevano avuto la mia fortuna. Dovevo resistere per il bene della gente meno fortunata di me.
Ogni giorno imparavo ed mi allenavo pensando a tutto il male che avevano fatto alla mia gente. avevo a portata di mano la possibilità di distruggerli dall'interno. Dovevo ricordare chi era il male e chi il bene e non rischiare di cadere in errore facendomi corrompere. Forse il mio maestro era un tempo una brava persona ed io ero il suo unico modo per ricordarselo. Non ho mai saputo veramente!
Dopo tanti anni a frequentare il maestro scoprii che c’erano molte fazioni che si distruggevano per mostrarsi come “più fedeli” ad Izrador e per me era facile distogliere l’attenzione quando lasciavo dei morti sulla mia strada. Ero un’ombra e nessuno avrebbe sospettato. Le persone buone mi chiamavano il Monaco facendomi quasi dimenticare il mio vero nome, ma le voci iniziavano a girare per la città e questo non era per me un bene. Dovevo mantenere troppi segreti ed era sempre più difficile.
Conoscevo davvero tante cose; leggevo i segreti dell’ombra e mettevo spesso le fazioni una contro l’altra. Le scorribande ed il caos erano per me un ottimo diversivo per fare del mio meglio e rallentare il nemico.
Un giorno scoprii che c’erano segreti molti più grandi e che avrei dovuto trovare la chiave per poter distruggere il nemico. Ero un virus che si stava pian piano facendo strada del cuore dell’Ombra.
Ero ad un punto molto importante per le mie ricerche. Credevo di avere per le mani la possibilità di distruggere l’ombra a Baden. Stavo per far scatenare una guerra all'interno molto potente quando comparve Nathaniel e con una freddezza che mai aveva mostrato prima, mi disse: “da domani questo posto sarà raso al suolo. Per te qui non c’è più nulla. Devi andare via e devi promettermi di non metterci mai più piede!”. Ero paralizzato, non riuscivo a parlare. Mi avrà scoperto? O forse sapeva già tutto e mi ha permesso di farlo? E se è così… perché?
“Dove devo andare” gli chiesi. “A sud… il più lontano possibile. Se dovessi rincontrarti sarà il tuo ultimo giorno!” ed uscì dalla porta lasciandomi senza parole.
Non avevo molto tempo. Non sapevo se mi avesse scoperto e se mi stesse proteggendo. Non sapevo se mi stava salvando da un agguato. Una cosa era chiara: non mentiva mai ne sull'andare via ne sull'uccidermi se mi avesse incontrato. L’ho visto fare cose indicibili. Forse è giunto il momento di allontanarmi da Baden… almeno per ora.

Sapevo che se mi avesse trovato la mattina mi avrebbe distrutto e scappai quando ancora era buio. Mi voltai e pensai agli ultimi 20 anni della mia vita in quel luogo tra quella gente: “Se non sono stato corrotto dopo aver trascorso 20 anni con un legato, posso aver ragione di credere di essere destinato a distruggere l’Ombra e i suoi seguaci… e forse Nathaniel non è quella merda di legato che ha spesso dimostrato di essere, ma nasconde qualcosa” pensai tra me e me.
Il Monaco stava andando via da Baden e quella povera gente doveva resistere per un po’. “Tornerò!” promisi a me stesso.

La mia partenza non era casuale; non sapevo cosa ci fosse dietro ma ero stato “addestrato” per un motivo. Non può essere solo fortuna! Avevo letto delle battaglie che l’Ombra conduceva per prendere l’ultimo pezzo dell’Eredane: Caradul ed il mondo degli Elfi. Forse ci sarà qualcosa per me e visto che devo andare via per un po’ , potrei andare nell'impenetrabile Bosco seguendo la scia di morti e cercando di raggiungere luoghi ed informazioni che potrebbero davvero fare la differenza tra la vita e la morte di tante persone… e forse scoprire chi fosse veramente Nathaniel Moon.

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